Il Grande Torino, tra storia, record e leggenda

04.05.2018 11:00 di Riccardo Rollo Twitter:   articolo letto 74 volte
Il Grande Torino, tra storia, record e leggenda

Ci sono squadre che sono destinate ad entrare nella leggenda. Non importa quanti anni abbiate o quale sia la vostra fede calcistica. Le tragedie sono solite unire tutti i colori e tutte le età, come quella che si verificò 69 anni fa. Era infatti il 4 maggio 1949 quando un pezzo importante della storia calcistica del XX secolo scomparve, spazzato via in modo beffardo e ingiusto.

Il Grande Torino era di ritorno da Lisbona, dove aveva disputato una partita amichevole contro il Benfica, quando il trimotore FIAT G. 212 delle Aviolinee Italiane su cui è a bordo si schiantò contro i muraglioni di sostegno del giardino posto sul retro della Basilica, a causa di una fitta nebbia che preclude la visibilità. Trentuno persone, fra calciatori, staff tecnico, giornalisti ed equipaggio persero la vita, ma, come scrive Indro Montanelli, una delle penne più famose d’Italia, sul Corriere della Sera: «Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. Il Torino non è morto: è soltanto in trasferta».

Cinque scudetti consecutivi e una Coppa Italia, tra il 1942 e l’infausto 1949, nonché un cospicuo numero di giocatori offerti alla Nazionale maggiore nel corso degli anni.

Come nacque la leggenda del grande Torino?

Due le principali motivazioni legate al grande successo granata. Innanzitutto, il presidente Ferruccio Novo, che assunse la presidenza del club piemontese nell’estate del 1939.

In secondo luogo, la tattica denominata “sistema”, una sorta di 3-2-2-3, con tre difensori e due centrocampisti mediani, disposti a formare una W, e due interni di centrocampo e tre attaccanti, disposti a formare una M. Il centrocampo era così impostato su quattro giocatori disposti a quadrato, in modo tale da garantire il pieno controllo di quell’area di campo.

Il 10 giugno 1940 l’Italia entrò nel secondo conflitto mondiale al fianco della Germania. Mussolini, certo del fatto che si sarebbe trattato di una "guerra lampo", decise di lasciare i calciatori a casa e non mandarli al fronte, pronunciando la celebre frase "Servono più sui prati che all'esercito".

Tuttavia, il corso degli eventi complicò la situazione. Nel 1943 il regime fascista cadde e nel 1944 l'Italia si trovò ormai devastata dalla guerra e divisa in due dalla linea gotica.

Per evitare i rischi di chiamata alle armi, Ferruccio Novo, con astuzia, chiamò i suoi giocatori a lavorare alla FIAT, facendoli passare come elementi indispensabili alla produzione dell'industria bellica nazionale, esentandoli dall'impiego al fronte. Il Torino rimase dunque intatto e poté disputare il celeberrimo campionato di guerra dello stesso anno, il quale però non ebbe l’esito sperato.

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale l'Italia dovette raccogliere i cocci rotti di se stessa. Si ritrovò in macerie e spezzata in due.

In queste precarie condizioni, la Federazione decise di far ripartire comunque il campionato di calcio con una formula particolare: per la prima volta dal 1929, infatti, il torneo non fu disputato a girone unico e per questo non è stato inserito nelle statistiche di serie A.

Nel Nord del paese venne organizzato un Campionato dell'Alta Italia, a cui il Torino prese parte, dando inizio al suo ciclo vincente.

Quello che ha rappresentato il Grande Torino nell’immaginario collettivo è affascinante: una squadra che rimarrà nelle memorie degli appassionati di sport, oltre qualsiasi fede calcistica e oltre ogni tempo.